Le ASD in Italia sono numerosissime e la maggior parte di queste è alla continua ricerca di fondi indispensabili al proseguimento delle loro attività.

Nell’attività di fundraising, i loro rappresentanti spesso si limitano a elencare i risultati nelle classifiche, a fornire dati sul numero di associati o ad evidenziare i costi di gestione degli impianti.

Si dimenticano, o forse – ahimè – peggio, non considerano il grande potenziale emotivo che è intrinseco nella loro stessa definizione.

Associazione sportiva dilettantistica significa infatti “persone che si incontrano per amore di uno sport, per il piacere di stare insieme”.

Significa “uomini, donne, bambini, famiglie, che credono nei medesimi valori”.

Significa “fatica, sacrificio e soddisfazioni”.

E tutto questo, riassunto alla sua massima sintesi significa “emozioni”.

Il fundraiser centra l’obiettivo quando racconta le storie della sua ASD, l’impegno di un bambino che ci crede, che si diverte, che si impegna per superare le sue difficoltà, che impara a stare insieme agli altri.

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Una ASD ha una tifoseria che si emoziona per la sua squadra, che gioisce nelle vittorie e soffre per le sconfitte.

Ci si immedesima con i giocatori, sul campo d’allenamento come su quello di gioco si respirano gioia, rabbia, tenerezza, fatica, felicità, tristezza, soddisfazione.

Ecco perché la strategia vincente è la storytelling:  sprigiona nella sua comunicazione la potenza delle tifoserie.

E’ la storytelling che ogni ASD ha da raccontare che predispone alla donazione perché sa coinvolgere il donatore e portarlo, anche solo con il cuore, su quel campo da gioco che ha bisogno di tanti fondi per continuare a produrre emozioni.

Peter Guber, ceo di Sony, diceva saggiamente Tell to win!

Per vincere si deve raccontare, raccontare, raccontare.