Il film, prodotto dalla Pixar e distribuito dalla Disney, racconta la vita emotiva di Riley, una ragazzina di undici anni, che affronta il trasloco della sua famiglia dal Minnesota a San Francisco.

Guardando il film si ha modo di osservare i comportamenti “esterni” di Riley rispetto ai comportamenti “interni” delle sue emozioni. Niente di diverso da ciò che succede tutti i giorni nella vita di ognuno di noi. Nulla di differente da quelle che sono le basi su cui si fonda il neuromarketing: capire e anticipare i comportamenti dei consumatori/donatori rispetto ai trigger (stimoli) che le aziende profit così come le onlus “lanciano” nella loro comunicazione.

In Inside out la mente e le emozioni sono ottimamente rappresentate sotto forma di personaggi. Ognuno con le proprie caratteristiche e personalità. Più o meno conflittuali, le varie emozioni, si confrontano, discutono, litigano e dal loro modo di intervenire e di imporsi si rende evidente come influenzino il comportamento della piccola Riley.

Nel film le vere protagoniste sono proprio loro: Gioia, Tristezza, Rabbia, Disgusto, Paura. Il regista, Pete Docter, riesce a concretizzare, agli occhi degli spettatori, il flusso di pulsioni che guida ogni scelta di Riley. Nel guardare Inside Out nell’ottica del neuromarketing, tieni sempre ben presente che ciò che vale per Riley, vale per ognuno di noi nella vita reale. Il nostro cervello non è solo ragione, è anche sentimento ed emozioni. Anzi, spesso, la maggior parte delle volte, le emozioni condizionano la ragione: nei processi decisionali, così come in quelli d’acquisto, così come, altrettanto, in quelli di donazione.

Le emozioni, tra di loro disordinate e caotiche, organizzano il pensiero razionale, guidano la nostra percezione dell’ambiente in cui viviamo, fino ad influire sui nostri ricordi del passato. Influenzano il nostro giudizio morale su cosa sia giusto e cosa sbagliato.

Le emozioni guidano la nostra vita sociale, sono alla base delle relazioni interpersonali che strutturiamo e proprio per questo è importante che la tua non profit non sottovaluti le linee guida del neuromarketing.

Il neuromarketing ci insegna che gli stimoli ( “trigger”, per gli addetti ai lavori), sono elementi fondamentali del processo conoscitivo decisionale perché ad ogni stimolo corrisponde una risposta.

Ecco perché la comunicazione e i messaggi di una non profit devono aver ben chiaro quali saranno le leve che saranno maggiormente sollecitate nella mente del potenziale donatore e quali le reazioni a tali sollecitazioni.

Le leve cognitivo emozionali sono alla base della comprensione dei meccanismi che sottostanno ai comportamenti di acquisto/ donazione. Percezione, attenzione, decisone finale: possiamo riassumere così il percorso che abitualmente si compie quando siamo sollecitati da una call to action.

L’importanza dell’empatia non va mai sottovalutata, ricorda quindi di immaginare sempre come potrebbe reagire il destinatario del tuo messaggio alla tua richiesta di sostegno. Il successo dipende soprattutto dalla tua capacità di essere empatico, di metterti nei suoi panni e di agire bene sulle leve emozionali.

Capita spesso di sentirsi chiedere quanto sia corretto usare emozioni che da molti vengono definite “negative” (per me non lo sono e nelle prossime righe spiegherò il perché) quali rabbia o tristezza.

Il consiglio alle non profit e alle onlus è USATELE!

PERCHÉ USARE EMOZIONI QUALI RABBIA E TRISTEZZA IN UN MODO CONSAPEVOLE PUÒ AIUTARE LA TUA ASSOCIAZIONE NOT FOR PROFIT.

RABBIA: studiando i neuroni specchio (Attivare Emozioni) e il conseguente comportamento umano si è rilevato che a smuovere le coscienze e a provocare in alcuni casi rivolte collettive, non è mai la gioia, ma proprio la rabbia. L’ingiustizia provoca rabbia e la rabbia spinge l’essere umano a reagire, a compiere azioni per ripristinare una situazione di giustizia. Il senso morale è più intimo, la rabbia si esterna e si concretizza in una pretesa di giustizia che coinvolge anche esternamente. Pesa a quando sei arrabbiato: diventi più sensibile rispetto ai torti e sei più forte nelle tue reazioni.

TRISTEZZA: al contrario di quanto potrebbe dirci una lettura superficiale del sentimento di tristezza, questa è un’emozione in grado di muovere la complicità tra le persone, di aggregarle. La tristezza non è inattività e passività, ma l’esatto contrario. La tristezza unisce le persone che rispondono ad una perdita, che subiscono una delusione o una sconfitta ed è il motore che le unisce, che fa sentire loro che non sono da sole nel combattere la causa della loro tristezza, la causa per cui la tua non profit combatte ogni giorno. Rimuovere dolore e tristezza dalla nostra vita.

Ecco perché a mio avviso rabbia a tristezza non sono sentimenti negativi. senza di esse verrebbero meno le reazioni che possono cambiare la nostra vita, migliorare il mondo in cui viviamo.

Le emozioni ci permettono di interagire con gli altri e le onlus devono usarle per creare relazioni ed empatia. Attivare emozioni (Come il neuromarketing migliora l’attività di una non profit) è il primo obiettivo della comunicazione.

Allo stesso modo le emozioni colorano le notsre vite e ci motivano nelle nostre azioni.

Anche per le onlus, così come per le non profit i concetti che stanno alla base dell’Intelligenza emotiva non sono trascurabili. Anzi. La tua non profit deve applicarli tutti i giorni per comunicare verso l’esterno, conoscendo le metodologie che consentono di comprendere e gestire le emozioni del potenziale donatore. Non sempre il buon senso è sufficiente e Inside out ce lo dimostra: i genitori di Riley mettono in campo tutto il loro buon senso, ma Riley ha bisogno di più empatia!

Ti suggerisco di riguardare Inside out con critica attenzione e se vorrai più neuromarketing nella comunicazione della tua onlus, contattaci!